Sessoscritto bis/ La sovrana aveva labbra rosse e carnose....

Eccola, pensò.
Ed infatti lei era apparsa; entrata nella sala con il passo altero, fiero come quello di una regina, sebbene fosse arrivata solo per portare un vassoio.
Aveva la pelle del viso appena ambrata, le labbra grandi e carnose, rosse.
Gli occhi invece erano senza trucco: ma scuri, enormi e così fondi che, guardandoli, anche solo per ordinare il caffè, lui poteva immaginare le risaie, le coltivazioni di tabacco, le verdi distese dei campi, i canti…e tutta quella letteratura facile, di veloce consumo, intorno a luoghi esotici – ormai poco sconosciuti, in verità – ma che restavano lontani, inesplorati e antichi, per lui.
Un’antichità fatta da uomini di generazioni passate, in lotta per il riscatto sociale, per la libertà: mentre lei era ancora lì a servire caffè, tè, dolci, aperitivi e altro agli impiegati delle banche, ai dirigenti del terzo settore, e soprattutto a lui, attentissimo alle sue mosse, alle sue gambe, alle mani sinuose con le unghie corte, sopra la tazzina: lei che leggermente si chinava sul suo tavolino, dicendo: “ Desidera altro?” Poi poggiava lo scontrino, il prezzo del suo esaudito pensiero: vederla, sentirne il lieve odore, immaginare i suoi eroici antenati…Un prezzo molto economico.
“Desidero levare la tua camicia bianca e vedere ondeggiare le tue tette liberate; osservare l’ombra che fanno sulla tua pancia; toccare con la punta della lingua i tuoi grossi capezzoli – perché lo so che sono grossi… - sentirli diventare turgidi, duri….Duri proprio come il mio cazzo qui sotto, dentro i pantaloni di lana, che mi diventa sempre grosso quando ti pieghi e mi guardi appena.
E lo sai, mentre sorridi e sembri distratta, che immagino le tue tette nelle mani mentre lecco il perimetro scuro della tua aureola, sopra il capezzolo, e annuso con le narici aperte l’odore della tua pelle, abituata da generazioni all’aria aperta, ed ora costretta qui, in abiti stretti, pieni di cuciture… Voglio tenerle dure contro la mia faccia, le tue tette sode…” Lo pensava, naturalmente, senza dirglielo.
E lei si girava, senza poggiare il vassoio.
Lui la guardava tornare indietro, diritta dentro la sua divisa, la gonna nera sui fianchi magri, che le scopriva solo i polpacci di quelle gambe che sembravano lunghe e muscolose come quelle delle schiave catturate, incatenate, in vendita.
“Desidera altro?” La domanda di ogni giorno, che faceva a lui, che probabilmente faceva a molti altri clienti del bar.
La domanda di tutte le schiave che avevano lavorato nei campi, nelle case.
“Il tuo [...]

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