Sleater-Kinney - "No Cities To Love" (Sub Pop, 2015).

Finisce con Corin Tucker che canta «Se davvero stiamo ballando il nostro canto del cigno, amica, allora scatenati come mai prima», e intanto Carrie Brownstein cava dalla chitarra elettrica un riff crudo e marziale. La frase di “Fade” che chiude l’ottavo album delle Sleater-Kinney, il primo da “The woods” del 2005, ne racchiude il senso. “No cities to love” è una chiassosa affermazione di vitalità che non ci si aspetta da un gruppo fermo da nove anni e formato da ultraquarantenni. Allo stesso tempo, evoca il senso di provvisorietà che le stesse Sleater-Kinney hanno dato alla reunion: sono qui per dirci alcune cose, e non è scontato che restino. Breve, secco, nervoso, gridato, carico di pathos ed energia, “No cities to love” è il primo grande album rock del 2015. E non è detto da nessuna parte che indie, non voglia anche dire punk e punkadelica.
https://www.youtube.com/watch?v=Cj2k3QsHmyM

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