Sono nato da un pugno in faccia (prima puntata)

tempo accaduto Sono nato da un pugno in faccia.
Sono stato concepito proprio grazie a questo urto violento.
Fu mio padre a sferrare il manrovescio a mia madre e dallo sforzo venni espulso con tutta la placenta a corredo.
Non fu un vero atto di violenza gratuita.
Anzi, fu proprio mia madre a richiederlo.
Perché aveva letto da qualche parte che i denti si levano legandoli ad una estremità di uno spago, mentre l'altra viene fissata ad una maniglia di una porta che poi viene chiusa con violenza.
Così aveva pensato che, siccome tardavo a nascere, con l'aiuto di mio padre avrebbe potuto provocare una spinta dall'alto che mia avrebbe indotto a scendere quel tanto che bastava alla levatrice per afferrarmi e tirarmi fuori.
Mio padre era un corsaro, mia madre faceva l'idraulico.
Mio zio era un cappello a cilindro e mia zia riparava televisori per i visconti di Signorotta.
Dato che all'epoca in cui vissero i visconti a Signorotta non avevano ancora inventato il televisore, mia zia aveva un mucchio di tempo libero e guadagnava assai poco.
Il caso era molto strano perché a magazzino aveva tutti i pezzi di ricambio possibili ed immaginabili per riparare un televisore: tubi catodici, display al plasma, pulsanti di accensione, telecomandi universali, pile da 1,5 volt e così via.
Mio padre tornava a casa due volte l'anno, a Pasqua e a Natale per nascondere i tesori che aveva rubato alle navi di passaggio.
Dato che il mare era molto distante da casa nostra, da noi rimaneva ben poco tempo.
Quel tanto che bastava per farsi la barba ed il bagno, recuperare il tempo perduto con mia mamma, insomma ci siamo capiti, salutare la zia, indossare mio zio per dieci minuti e poi era già ora di ripartire.
 Eravamo una ben strana famiglia, fondata sul bisogno reciproco di accompagnare od essere accompagnati.
Una volta toccava a te guidare qualcuno, un'altra eri tu ad essere traghettato in qualche luogo strano.
Eravamo sempre tranquilli nelle nostre abitudini, impiantati come pali nel duro terreno e lieti che nessuno venisse a trovarci per levarci da là.
Si mangiava una sola volta al giorno, ma il pasto durava dalle tre alle cinque ore, per cui non c'era l'assoluto bisogno di ripeterlo fino al giorno successivo, quando mia madre intavolava un pezzo di carne alla brace grosso quanto un cavallo (e forse lo era) con contorno di ananas ripieni allo zabaione e frutta di stagione.
L'ananas era fisso, ogni giorno di ogni sacrosanto anno.
 Una volta andai da mia zia e lei mi portò a casa dell'Enciclopedia delle Cose Perdute.
- Vedi - mi disse la zia -  [...]

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