Sulla strada con Massimo Priviero

Massimo Priviero è così.
Prendere o lasciare.
Chi non ama la sincerità o l’italica rabbia sublimata in rock’n’roll scorra pure con sufficienza queste righe, ma riconosca almeno due virtù a questo cantore dei colletti blu di casa nostra: l’onestà e la coerenza.
Vent’anni di carriera, alti e bassi soprattutto nel riscontro mediatico, una sola ragione di vita, quella che fa pulsare il cuore grazie a una chitarra elettrica accompagnata da una voce intrisa di grinta e sudore.
Queste le caratteristiche dell’artista veneto adottato da una Milano spesso protagonista delle sue canzoni on the road, filosofia esistenziale in giovinezza e ispirazione principale di uno spirito vibrante e ribelle, condiviso tra coraggio e sincerità.
E dire che a cavallo tra gli ottanta e i novanta, anche per merito del coinvolgimento di un certo Little Steven, il nostro aveva bazzicato i piani alti delle classifiche, meraviglie effimere (mal)gestite come al solito da un’accozzaglia di discografici alla spasmodica ricerca della risposta italiana al rock stradaiolo di tipica matrice americana.
Buoni riscontri immediati, poi il disinteresse che spazzerebbe via in un attimo il sogno di chiunque non abbia le spalle larghe abbastanza e una forza interiore che non si piega ai colpi di vento della fortuna.
Sulla strada raccoglie le tracce migliori di un percorso irto di ostacoli, tra impeto rockettaro e poesia, quella che si nasconde nelle piccole epifanie di tutti i giorni, quella che riesce a comunicare emozioni profonde grazie a una chitarra e tre accordi, la vera essenza di un genere che non morirà mai.
I tredici brani di repertorio sono rivisti e corretti e suonano alla grande, mentre gli inediti sanciscono la fine di un cammino, una meta raggiunta e al tempo stesso un punto di partenza per correre nuovamente verso quel vuoto di jacksoniana memoria.
Grande produzione, splendide canzoni interpretate con l’anima, all’apparenza un anacronismo nel panorama musicale attuale – se si considera quello che passa il convento delle major –, con alcuni gioielli impreziositi dal violino di Michele Gazich (si ascolti a tal proposito Fragole a Milano, in cui le corde si intersecano con un piano da brividi a stemperare una ballata da antologia).
Priviero parla il linguaggio della gente comune e si esprime in modo semplice e diretto, senza retorica, un’esigenza comunicativa che spesso rompe gli argini, come dimostra la rabbiosa elettricità che caratterizza Diluvio, Nessuna resa mai, Angel, Dolce resistenza, in cui la lezione del Boss è [...]

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