Totti: Un campione sulla via del tramonto?

Il calcio è lo sport globale per eccellenza.
Si gioca ovunque, in tutti i continenti, a tutte le temperature e latitudini, basta un pallone e il gioco è fatto.
Ma come ogni movimento universale che si rispetti, anche il calcio ha i centri nevralgici specifici, veri e propri poli dai quali parte tutto.
Ed è così che la geopolitica del pallone si snoda attraverso i grandi agglomerati.
Si snoda e si unisce, proprio grazie a quel pallone.
Londra, Monaco di Baviera, Madrid, Barcellona, Manchester, Lisbona, e poi ancora oltreoceano Rio, Buenos Aires, città dove il calcio raggiunge i suoi massimi livelli per diffusione e per qualità.
In Italia il calcio parte dal famoso triangolo industriale, agli angoli del quale troviamo Torino-Genova-Milano, e lentamente scende al centrosud, entrando con irruenza nella vita delle città più popolate, Roma e Napoli su tutte.
L’eccellenza calcistica italiana, numeri e archivi alla mano, si limita ai pochi centri elencati.
Ma cos’hanno in comune queste metropoli? Sforzatevi per un attimo, non è difficile.
Fatta eccezione per Napoli (sarebbe un’ utopia cercare di decodificare un posto così unico e mistico), infatti, in tutti gli altri luoghi citati, troviamo almeno due squadre di calcio importanti.
Londra addirittura ne conta 13, di cui 6 nella massima serie e 4 nella seconda divisione.
Città più o meno divise a metà, da colori e ideologie, politiche ed etiche, linee di pensiero da sposare o da evitare.
Cosa si prova a dover scegliere, sin da bambino, da che parte schierarsi? Cosa si prova a sentirsi parte di un gruppo, di un esercito in continua lotta contro gli altri, quei nemici che però possono essere i tuoi stessi amici, i tuoi compagni di banco o addirittura i tuoi fratelli, i tuoi cugini, i tuoi zii, tuo padre? Cosa si prova quando dall’altra parte del telefono c’è un dirigente degli “altri”, quelli dell’altra metà della città, la metà che sportivamente detesti, intento ad offrirti un contratto importante, il pass che può spedirti di lì a poco nei professionisti? Diventare un giocatore vero è il sogno di ogni piccolo appassionato di calcio, e rifiutare un club così importante può risultare, a lungo andare, un infelice calcio alla fortuna.
E’ il 1989, Francesco ha appena 12 anni, ed ha appena compiuto la scelta più importante della sua vita: la proposta telefonica del dirigente non lo sfiora neanche, quella maglia biancoceleste a lui (ed alla sua famiglia) non piace proprio.
Lui preferisce gli altri colori, la maglia rossa con il colletto giallo.
Ed è [...]

Leggi tutto l'articolo