Tra Tolstoj Stirner e Pasolini. Fabrizio De Andre'

De André Tra Tolstoj, Stirner e Pasolini di Romano Giuffrida Tratto da A rivista anarchica     Intellettuale critico De André, come ogni grande, non è circoscrivibile in schemi di comodo o, peggio ancora, mistificanti.
Consapevole del fatto che, come diceva Jean-Paul Sartre, in quanto "prodotto di società lacerate, l'intellettuale è un loro testimone poiché ne ha interiorizzato la lacerazione" , De André ha fatto delle espressioni della sua intellettualità, grimaldelli talmente forti da scardinare, nel sentire comune, molti degli elementi di quella sovrastruttura che il potere addotta per negare, occultandola, proprio quella lacerazione che segna il punto di discrimine delle contraddizioni di classe.
"L'artista è un anticorpo che la società si dà contro il potere" diceva De André, facendo riecheggiare così, probabilmente in maniera inconsapevole, Pier Paolo Pasolini quando dichiarava: "un artista è (...) una specie di contestazione vivente" .
L'accostamento di De André a Pasolini non è casuale.
Indipendentemente dalle innumerevoli differenze: generazionali, prima di tutto (Pasolini era del '22 e De André del '40) e poi, naturalmente, differenze di formazione (Pasolini si definisce "marxista" mentre De André si riferisce alla tradizione anarco-libertaria), tra i due poeti esistono affinità la cui analisi può essere illuminante al fine di comprendere meglio l'intera produzione artistica del cantautore.
Innanzitutto, De André, come Pasolini, lo si può definire "intellettuale critico" ossia in crisi, la figura di intellettuale che si evidenzia soprattutto nella seconda metà dell'Ottocento ma che si afferma nella sua interezza nel Novecento e, in particolar modo, nella seconda metà del secolo.
L'intellettuale critico è il figlio "degenere" della borghesia.
Educato, coccolato e impiegato dalla borghesia fintanto che questa gli riconosce una qualche utilità sociale per il funzionamento dei meccanismi del sistema, l'intellettuale viene poi a trovarsi nella spiacevolissima condizione di "reietto", di "traditore", nel momento in cui, invece di contribuire all'affermazione della classe dominante, egli si presenti - o presenti il suo pensiero - come alternativa possibile ad essa.
Ed è per questo motivo che gran parte del ceto intellettuale, posta di fronte al rischio di perdere i privilegi connessi al ruolo, preferisce la condizione di aedo del potere.
Quando invece la contraddizione si fa insanabile, ovverosia quando avverte la propria posizione come eccentrica rispetto al sistema, tanto da impedire [...]

Leggi tutto l'articolo