Tradizione montegranarese: il pasticcio di pasta

  A testimonianza del fatto che si possano mantenere rapporti umani e intellettuali più che buoni nonostante ci si scontri quotidianamente sul piano politico, segno, a mio modesto  parere, di intelligenza, ero col Sindaco e con l’Assessore La Porta in Municipio l’altro giorno e, attendendo la troup di Rete 4 che abbiamo poi accompagnato per la città, si discuteva delle tipicità particolari di Montegranaro.
Ne sono venute fuori diverse ma quella che ritengo più strettamente legata al nostro territorio è il pasticcio di pasta o, detto nella nostra lingua, lo pasticcio.
Dilettandomi di cucina devo ammettere che non ho mai provato a farlo ma ricordo con una certa precisione come lo faceva nonna Peppa e qui ve lo riporto, avvisandovi che si tratta di un piatto estremamente deciso, il quale può essere solo amato o odiato.
Nonna lo faceva così: preparava le tagliatelle all’uovo (li tagliolì, come diceva lei), rigorosamente fatte a mano, e ne faceva volutamente di più perché avanzassero.
Il pasticcio è piatto povero, della tradizione popolare, e in quanto tale è fatto con gli avanzi.
Nonna lo faceva con le tagliatelle perché il periodo della miseria era passato ma è lecito supporre che in passato lo si realizzasse con qualsiasi tipo di pasta fosse avanzata.
Le tagliatelle venivano condite col sugo della domenica, quello della tradizione, fatto con carne macinata ma anche con pezzi di “umido”, un po’ di carne di gallina e di agnello, soffritto di cipolla, sedano e carota sfumato al vino bianco, una cipolla intera infilzata con chiodi di garofano, passata di pomodoro.
Nonna usava anche un po’ di conserva di pomodoro.
Le tagliatelle venivano condite col sugo e mangiate regolarmente.
Quelle che avanzavano finivano nel pasticcio.
Si aggiungeva alle tagliatelle avanzate e condite col sugo di carne abbondante cannella e le si chiudevano in una torta di pastafrolla.
Batate bene: pastafrolla, non pasta sfoglia o cose simili, pastafrolla dolce.
Si decorava la pastafrolla con incisioni o lavorazioni particolari, si spennellava il tutto col rosso d’uovo e via in forno.
Si mangiava freddo o tiepido a fette.
 Se ne avete il coraggio provate.
Buon appetito.
  Luca Craia

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