Tutto il jazz senza peli sulla tromba

fonte: http://www.libero-news.it/articles/view/532700 di Guido Bosticco «Tutto ciò che fate, fatelo con personalità.
Cavate fuori, piegate, pettinate quelle note.
Ecco, questo è il jazz!».
Il vecchio Danny Barker, suonatore di banjo che aveva diviso il palco con Louis Armstrong, la sapeva lunga davvero.
E in quei suoi modi da capobanda di una volta, stava costruendo anche il futuro di una coppia di fratellini che avrebbero fatto strada.
I loro nomi: Branford e Wynton Marsalis.
Il primo, musicista eclettico e sempre à la page, passa con disinvoltura dal jazz allo hip-hop sotto il nome di Buckshot LeFonque, e lo si è visto molti anni nei dischi di Sting oltre che accanto al fratello, per lungo tempo.
Wynton Marsalis, invece, è semplicemente un mito: il jazzista più famoso al mondo, tra i vivi.
Il custode e l’interprete della tradizione, quella che parte da New Orleans, dove è nato, e arriva fino alle big band che swingano anche mentre mangiano a fine concerto.
Lui è il simbolo del virtuosismo, del successo di pubblico, del jazz tradizionale.
E ne porta su di sé gli onori e gli oneri.
O meglio le critiche.
Dire Wynton Marsalis, infatti, significa oggi dire un jazz che non si evolve, che ha paura di confrontarsi con le contaminazioni europee, con i suoni dell’elettronica, con le nuove culture.
E forse è anche vero.
Ma ogni scelta, se fatta con intelligenza, merita rispetto.
Oggi, oltre che con gli innumerevoli dischi, ci si può avvicinare al Wynton-pensiero anche grazie ad un suo libro, uscito per Feltrinelli, intitolato Come il jazz può cambiarti la vita (pp.
165, euro 14).
Ai Marsalis il jazz ha proprio cambiato la vita.
Anzi l’ha decisamente occupata del tutto.
L’esempio discografico più divertente è del 2003 e si chiama “The Marsalis Family”.
A suonarlo ci sono il babbo Ellis al piano, i figli Branford al sax, Wynton alla tromba, Delfeayo al trombone e Jason alla batteria.
Così è cresciuto Wynton e non ci ha messo molto a farsi notare dal grande pubblico, grazie anche a nove Grammy Award (il primo poco più che ventenne) e perfino un Premio Pulitzer, per una jazz-opera sullo sfruttamento dei neri ridotti in schiavitù.
L’improvvisazione, la percezione del suono, il sapore sottile dello swing, l’importanza storica del jazz e poi il razzismo: la riflessione di Marsalis nel libro è cristallina come il suono della sua tromba.
Ed è lineare come lo stile di questo conservatore di lusso.
Finita la teoria, parte la carrellata dei grandi nomi.
Le parole più dolci sono riservate [...]

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