UN PAESE DA DIFENDERE: LA MOBILITAZIONE DEI DOCENTI PADOVANI E L’ATTUALISSIMA LEZIONE DI IPPOLITO NIEVO

Nel giorno in cui, 150 anni fa, perse la vita in un naufragio nel Tirreno lo scrittore garibaldino padovano Ippolito Nievo, Padova apre oggi il suo anno accademico con una prolusione di Cesare De Michelis incentrata sull’incipit del capolavoro dello scrittore “Confessioni di un italiano” - «Nacqui veneziano...
e morrò per grazia di Dio italiano» - ma anche con l’esibizione del Tricolore da parte dei docenti dell’Ateneo, invitati da una lettera-appello sottoscritta da Franco Cardin, Ettore Fornasini, Carlo Fumian, Giorgio Moro e Flavio Toigo: «Noi ci sentiamo italiani, veneti, ma prima di tutto italiani.
La scelta di invitare colleghi, studenti e personale tecnico-amministrativo ad indossare la coccarda con il tricolore non vuole avere colore politico, tuttavia, quest'anno, ci sentiamo di dover riaffermare un impegno».
NON VORREI ESSERE NATO ITALIANO E RITROVARMI A MORIRE VENETO Nell’aderire e rilanciare questo appello aggiungo una chiosa, che credo ne espliciti l’ispirazione, nel mentre si sta varando a forza di voti di fiducia da una maggioranza parlamentare che è minoranza nel paese, una forma di federalismo ostile, contro un’altra parte politica e contro una parte dell’Italia: non vorrei proprio essere nato italiano e ritrovarmi a morire veneto.
Premesso questo, vorrei attirare la vostra attenzione su un altro aspetto dell’opera di Ippolito Nievo che ne fa una figura ancora estremamente attuale per la sua capacità di cogliere, denunciare e anche sciogliere (se non fosse morto a meno di trent’anni) i nodi più problematici del rapporto fra classi colte e classi popolari, che sono fonte ancor oggi di enormi incomprensioni e di altrettanto grandi frustrazioni, e segnano in profondità l’assetto politico del nostro paese.
NIEVO E LA DENUNCIA DEL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI Impressiona per la lucidità e l’onestà intellettuale quello che egli scrisse sullo scontro fra la borghesia illuminata che fece il Risorgimento e il popolo che un po’ seguì e un po’ frenò, nel “Frammento sulla Rivoluzione Nazionale”: “Egli diffida di noi perché ci vede solo vestiti coll’autorità del padrone; vendica coll’indifferenza alla nostra chiamata la nostra stessa insofferenza alla sue piaghe secolari.
E quell’aborrimento, quella diffidenza, quella divisione di interesse, diventarono in lui e sono abitudine, seconda natura, mano a mano che nei nostri proverbi, nei nostri libri, nei nostri costumi si rassodavano, si maturavano quelle abitudini di sprezzo, di tirannia, di noncuranza per le sue [...]

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