Un articolo di Alfonso Berardinelli, 27 maggio 2012, IL SOLE 24 ORE

Un articolo di Alfonso Berardinelli, 27 maggio 2012, IL SOLE 24 OREpubblicata da Luca Sossella il giorno mercoledì 30 maggio 2012 Di tutte le parole che possiamo scrivere con la maiuscola sarebbe bene diffidare: contengono quasi sempre un pericolo di retorica e pretendono un rispetto che la loro astrattezza illusionistica non merita.
Essere, Stato, Mercato, Rivoluzione, Patria, Partito eccetera: in ognuno di questi temi è nascosta qualche trappola: Ma qui vorrei occuparmi della più mite e innocua di queste parole, la parola Poesia.Se usata con la maiuscola diventa un dogma e un alibi, un valore inattaccabile, uno dei più protettivi partiti politici o sindacati dello spirito.
Niente di violento, naturalmente.
Ma la parola Poesia può generare uno stato di autoipnosi favorevole a un’inconsulta produttività verbale.
Si socchiudono gli occhi, si allentano i freni inibitori, si evita ogni pensiero pericolosamente preciso, si pensa alla Poesia e...
le parole vengono da chissà dove, magnetizzate come corpuscoli dal loro reciproco attrito. Sembrerebbe di no, eppure c'è bisogno di dirlo: non solo è finita da tempo la poesia moderna, ma anche quella post-moderna che fu consapevole di "venire dopo".
Tutto è ormai altro da quando sono usciti di scena i poeti intellettuali o semplicemente intelligenti, quelli nei quali fra ispirazione e visione critica dell’io e del mondo non c’era differenza.
Nel suo saggio ormai classico Problemi della lirica (1953) Gottfried Benn su questo punto parlava chiaro, riassumendo una vicenda iniziata più di un secolo prima e che allora si stava concludendo: «Nel produrre una poesia non si osserva solo la poesia, ma anche se stessi [...] Particolarmente significativo in questo senso è Valéry, in cui la contemporaneità dell’attività poetica e di quella introspettivo-critica giunge al confine dove entrambe si compenetrano [...] tocchiamo qui una caratteristica essenziale del moderno Io lirico.
Nella letteratura moderna troviamo esempi di autori in cui lirica e saggio sono sullo stesso piano.
Quasi sembrano condizionarsi a vicenda.
Oltre Valéry nominerò Eliot, Mallarmé, Baudelaire, Ezra Pound, anche Poe e poi i surrealisti». Idee simili tornano nelle generazioni successive.
Wystan H.
Auden per esempio esaltò fantasiosamente il ruolo dell’autocritica e la capacità di visualizzare i propri lettori: «Per ridurre al minimo gli errori, il Censore a cui  interiormente il poeta sottopone via via quello che scrive, dovrebbe essere non un singolo ma un comitato.
Tale comitato dovrebbe [...]

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