Un colloquio. A Milano. D’estate

di Michele Avola
L’aria puzzava di smog. E sovrastava l’odore di morte. Il condizionatore era guasto e dalle finestre spalancate entrava un alito di vento bollente. Il tram 30, sferragliando sui binari, fece sussultare la palazzina di viale Monte Grappa 8 barra A. Nel parchetto di fronte, tre barboni ubriachi vomitavano. Uno sotto il ponte delle Gabelle. Uno dietro un albero. Uno disteso a terra, con la faccia rivolta verso l’asfalto rovente. Diego Corbelli sbirciava dalla finestra. I lampi blu delle auto della polizia svanivano nella luce del sole. Intensa. Alcuni passanti seguivano con lo sguardo le pistole dei poliziotti puntate alla finestra della palazzina. Diego vide tra la folla una giovane ragazza bionda. Un seno dirompente. Delle gambe mozzafiato. Una vita strettissima. La fissò. La vide disorientata. La vide farsi spazio tra la gente. La vide muoversi sinuosa tra gli spettatori. La vide mangiucchiarsi un labbro. La vide… cadere a terra. Morta. Stecchita. Un proiettile le aveva centrato il viso. L’aveva investita come un treno in corsa. Era la seconda vittima di Diego. La prima giaceva a pochi passi da lui. Anch’essa col volto sfondato dal colpo di una 44 magnum. La testa all’indietro, le braccia a penzoloni ed il resto del corpo flaccidamente accomodato su una poltrona in pelle. Un altro tram, questa volta l’11. Di nuovo la vibrazione. Ad attendere la loro sorte altri sei ragazzi. Tutti e sei rinfrescati solo dai brividi di paura. Tutti e sei immobili nella sala d’assesa. Seduti su scomode seggioline in plastica rosa. Un ficus al centro della sala e, appesa al muro, una fotografia della palazzina di viale Monte Grappa, in un giorno come quello. Caldo. D’estate. Ma del 1910. Con un tizio a cavallo che attraversava un ponte sul naviglio Martesana. Un paio di uomini con la bombetta nera che discutevano. Un tizio su una barca intento a caricare botti di vino. Diego, a gattoni, per evitare di farsi colpire dai poliziotti appostati sotto la finestra, raggiunse la sala d’attesa. “Chi tocca?”. Bisbigliò. Nessuno rispose. L’aria era putrida. Puzzava di sudore e di paura. “Chi deve fare il colloquio?”. Domandò. Niente. Era come dentro un fermo immagine. Solo il tizio sulla barca pareva muoversi. Spinto da chissà quale impeto. “Vieni tu!”. Decise. Puntando la pistola verso un ragazzo. Capello corto, braccia rinsecchite, gobbo. Il giovane s’alzò. Fece tre passi e un’onda di fuoco lo investì in piena faccia. Cadde all’indietro. Diego sorrise. Stava vincendo. Quel colloquio [...]

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