Un paese normale

Più d'una persona mi ha detto di non aver letto la lunga inchiesta di D'Avanzo e Bonini su Repubblica di venerdì - quella su Telekom Serbia e sulla sua presunta costruzione, che accusa piuttosto esplicitamente l'avvocato Taormina - perché era "troppo lunga".
E io stesso, confesso, l'ho trascurata fino a sera, quando ho deciso di leggermela bene comunque visto il bailamme che stava provocando.
Vorrei quindi offrire un servizio a chi non se l'è sentita di impegnarsi in tre pagine di lettura, e selezionare alcuni paragrafi rilevanti dell'articolo.
Non quelli che riguardano la costruzione del "trappolone", né quelli che accusano i "burattinai".
Quella è materia di cui si parla già molto.
Io sono rimasto colpito dalle biografie e dalle descrizioni di quelli che Bonini e D'Avanzo chiamano "i manovali": un sottobosco parallelo di trafficoni che sembrano usciti da un film di spionaggio nelle parti degli sfigati che le buscano: e invece nella realtà sarebbero ammanicati e conniventi con le più varie strutture dello Stato.
Adesso, io so che molti mondi paralleli vivono e si arrabattano a mia insaputa: i club di scambisti, quelli che la domenica mattina vanno nei boschi a fingere di spararsi, i collezionisti di schede telefoniche, eccetera.
Ma rimuovere dal mio campo mentale l'esistenza di questo sottobosco, mi è assai più faticoso.
Tutto quello che segue è tratto dall'inchiesta di Bonini e D'Avanzo, selezionando le biografie dei personaggi su cui il presidente della commissione parlamentare Trantino ha interrogato Igor Marini (un altro buono), spiegando poi in un'intervista che questi nomi gli sarebbero stati passati dai consulenti della commissione.
Sono in neretto i nomi di ciascuno e gli apparati dello Stato a cui sarebbe legato.
Trantino chiede di Renato D'Andria.
Chi è? È un commercialista napoletano.
Il 10 luglio del 2001 gli investigatori della Dia (Direzione antimafia) lo arrestano perché sono in grado di documentare come l'uomo con il pallino degli affari, che truffava sui fondi Cee e voleva mettere le mani sulle autostrade cisalpine, chiedesse alla sua squadra "privata" di carabinieri (tra loro un colonnello e due sottufficiali) di costruire dossier falsi "contro imprenditori nemici, rivali in affari, rappresentanti delle istituzioni come carabinieri e magistrati", nonché uno scartafaccio diffamatorio contro l'allora sottosegretario al ministero dell'interno Massimo Brutti.
Scrivono i magistrati napoletani che la "squadra" organizzata da D'Andria è "una intelligence deviata capace di penetrare nei gangli [...]

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