Una Rivoluzione Mancata

Nella sua Storia d’Italia, polemizzando con Macchiavelli, Francesco Guicciardini giustificava la divisione politica della Penisola con la sopravvivenza di una «meschina borghesia municipalistica » incapace di guardare oltre i ristretti limiti del comune o della regione, mentre per «le masse contadine vale il motto o Franza o Spagna, purché se magna».
Parole che non sembrano avere 500 anni, soprattutto alla luce di ciò che vediamo oggi, quando riemerge - nel suo lato peggiore, in versione populista e plebiscitaria - la lunga durata della tradizione municipalistica italiana, giunti come ormai siamo alla soglia di una società che si frammenta e rinchiude in una sorta di neo-feudalesimo, si ritrae in microcomunità nutrite di paure e sospetti, con l’arbìtrio che sostituisce la regola e il cittadino che si fa suddito.
Il fatalismo di Guicciardini - in polemica con «l’azionismo» di Macchiavelli - non può costituire un alibi per la rassegnazione.
A noi - qui - serve solo per citare il problema e comprendere le radici di quella che nell’800 venne chiamata «questione italiana» e che Gramsci poi definì «una rivoluzione mancata».
Alla vigilia delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, assistiamo al consueto uso politico della storia.
Poco male, non fosse che il confronto si limita all’esposizione di due retoriche, solo apparentemente contrapposte: nazionalisti e leghisti si affannano nella propaganda dei rispettivi miti, cercando di ignorare (e far ignorare) le comune radici di «partenza» e, in sostanza, il comune approdo conservatore.
I primi rimuovono i limiti e le conseguenze di una costruzione statale avvenuta «dall’alto », più simile a una conquista che a un’unificazione.
I secondi cancellano il fatto che quella conquista partì proprio dal loro territorio di riferimento, che ne beneficiò facendone pagare i costi al Mezzogiorno.
Forse non casualmente, alla fine, ancor oggi si riproduce un compromesso tra gruppi dirigenti «locali» analogo a quello su cui si costruì lo stato unitario italiano.
Ed è forse proprio per questo che il «confronto» sul 150° dell’Unità d’Italia si risolve tutto «a destra» - come avviene, in generale, per lo scontro politico dell’Italia berlusconiana -, essendo entrambi i «contendenti» lontani anni luce da quell’universalismo cosmopolita che nutrì le migliori culture ottocentesche, il «Risorgimento radicale» poi sconfitto e che continuò a vivere nel conflitto sociale del nascente movimento operaio.
Il «confronto » [...]

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