Una legge di stabilità recessiva e vessatoria per gli enti locali

La manovra del governo Renzi, per quanto finora anticipato, si configura come inadeguata a rispondere al tema reale che impedisce al paese di uscire da una crisi sempre più profonda: quella del rilancio della domanda interna, fatta di investimenti e di consumi.
E agisce invece solo dal lato dell’offerta, nella bizzarra convinzione che agli imprenditori convenga assumere personale non in base alle prospettive di mercato dei propri prodotti e servizi ma in base alla facilità di licenziamento o alla scontistica della forza lavoro impiegata.
La manovra non mette in campo alcun programma di investimenti pubblici all’altezza della gravità della situazione e delle emergenze reali del paese, che la cronaca ha riportato tragicamente alla ribalta negli ultimi giorni con i fatti di Genova.
Non estende il bonus degli 80 euro né ai pensionati, né ai precari, né agli autonomi né agli incapienti.
Taglia invece indiscriminatamente l’Irap alle aziende, soprattutto a quelle medie e grandi, reperendo risorse attraverso tagli brutali ai servizi pubblici.
La stretta sugli enti locali, chiamati a un nuovo salasso di 4 miliardi per le Regioni, 1 miliardo per le province e 1,2 miliardi per i Comuni, rischia di diventare un colpo micidiale alle possibilità di ripresa del paese.
Per quanto riguarda le Regioni, il coordinatore dei governatori Chiamparino ha già dichiarato che questo non potrà non comportare tagli alla sanità.
Per quanto riguarda le province siamo all’ennesima stangata dopo averne quasi totalmente prosciugato la capacità di investimento; alla vigilia della nascita delle Città Metropolitane, e del trasferimento di funzioni dalle province a Regioni e Comuni, significa un colpo durissimo ai servizi e all’intero sistema degli enti locali.
I Comuni, infine, sono chiamati ancora una volta all’ennesimo sacrificio e costretti a scelte obbligate: tagliare i servizi e aumentare tasse e tariffe.
Questo ennesimo colpo alla disponibilità di risorse del sistema delle autonomie locali comporterà un ulteriore abbattimento degli investimenti pubblici, con riduzione del PIL e aumento della disoccupazione, e una riduzione della quantità e della qualità dei servizi pubblici essenziali come sanità, scuola, trasporti.
Facile prevedere che questa spinta recessiva non sarà compensata da una entusiastica corsa alle assunzioni da parte di felici imprenditori finalmente liberi dalle briglie del cattivo articolo 18, né da una travolgente ripresa dei consumi da parte di coloro che già nel 2014 hanno dimostrato come gli 80 non [...]

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