Ungheria – Terza e ultima parte : Pecs

Il ragazzo che serve ai tavoli, non si capacita che per colazione mi basti solo una tazza di thè e una fetta di pane e marmellata.
Mi mostra in continuazione il menù per poi, alla fine, andarsene senza comprendere.
Ma salumi vari, uova con una spruzzata di formaggio trappista o wuberoni giganti, al mattino non riesco proprio a mangiarli.
L'albergo è tranquillo, mi basta percorrere la Kiraly Utca, la via principale e sono in Szèchenyi Ter, la bellissima piazza del centro storico.
Al mattino mi piace sedermi al sole, su una delle panchine e godermi la luce che si riflette cangiante sulla cupola verde del Belvarosi Templum, la grande moschea del pascià Gazi Kasim, ora chiesa cattolica, che domina la piazza, in cima ad una serie di gradoni.
Dalla parte opposta si può invece ammirare la splendida Zsolnay Kut, una fontana in porcellana pirogranitica a verniciatura di eosina, in stile liberty.
E' l'ultima tappa e ho diversi giorni a disposizione per girarmi tutta la città a piedi, come piace a me, perché ho l'opportunità di infilarmi ovunque la curiosità mi porti.
Spesso nel percorrere strade secondarie, mi arrivano zaffate improvvise di vino che escono dai Boròzo, le tipiche osterie ungheresi, ricavate in cantine sotto al livello della strada stessa.
L'odore del cibo è ovunque, sempre.
Sto piano piano ritrovando me stessa, anche se cerco di non illudermi troppo.
Il pensiero del ritorno mi è estraneo.
Vorrei fermare, a mia discrezione, il tempo qui, ora.
Emulsione sospesa, trasparente, in modo da poter vedere le ferite che si cicatrizzano.
Mentre mi immergo nelle acque sulfuree e caldissime delle terme di Arkany, penso che in modo simbolico, sto lavando via anche i dispiaceri.
E sono quasi felice, mentre sguazzo come una bambina, ridendo come non facevo da tempo.
Il tempo, che pare davvero essersi fermato, lungo i camminamenti che percorrono le grotte di Abaliget, dove la luce artificiale dei faretti, crea immagini e riflessi fantastici, dando vita e forme oniriche alle pareti.
Dalle stalattiti cola acqua limpida, che si raccoglie in un rigagnolo tralucente a lato del terreno su cui camminiamo.
C'è freddo e umidità e silenzio, interrotto solo dallo scalpiccio dei nostri passi e dalla voce cantilenante di chi ci guida.
E' strano come, in queste profondità e in questi angoli bui, io riesca a pensare a tutto, meno che alla solitudine.
E' arrivato il giorno del rientro a casa.
Arriva sempre.
Continuerò a guardare avanti, comunque vada.
Sono fatta così.
L'odore dello zolfo, chissà perché, mi è rimasto nelle narici [...]

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