Voltaire, Escher, Gentile

Post 786   Ho trascorso questi giorni festivi in compagnia dei Biblia sacra in una recente edizione latina delle Paoline, degli Scritti filosofici di Voltaire nella bella edizione rilegata di Laterza 1962, e dei Contes drolatiques di Balzac in quella formigginiana, di cui ho già riferito su queste pagine.
Rileggere la Bibbia sine glossa nel latino popolare della Vulgata da molto non mi accadeva,  particolarmente in concomitanza col periodo pasquale, così  liturgicamente ricco di simbologie e di rimandi esoterici  anche per i non credenti.
La mia attenzione è rivolta in questa occasione soprattutto all’ Antico Testamento, in genere anche da me il meno frequentato nella sua complessità, al quale m’appresso cercando di liberarmi degli idòla tribus, leggi le ermeneutiche confessionali dalle quali siamo stati eruditi, con lo spirito estremamente laico del pensatore libero: precisamente come mi avvicino ai testi “sacri”delle  maggiori spiritualità orientali.
Per quanto riguarda Voltaire, col quale fui molto critico nella lunga introduzione al Candide che curai anni or sono  per l’editrice Armando, trovo sempre acuti i suoi interventi, sempre tagliente il suo stile (tutte le opere dell’Arouet  hanno l’allure del pamphlet) e piacevolissimo, pur se è difficile condividere tutte le sue critiche, sovente vere proprie stroncature, come nei riguardi di Spinoza e di d’Holbach, colpevole il primo di camuffato ateismo spiritualistico, di conclamato ateismo materialistico il secondo, ambedue per lui, irriducibile teista, inconcepibili.
 Particolare interesse dedico alla rilettura scanzonata, sotto la guida di Voltaire, dei Libri sapienziali attribuiti a Salomone, e per il novanta per cento concordo con la sua critica.
Tralasciando la Sapienza, i Proverbi, il Cantico dei Cantici, mi soffermo particolarmente sull’Ecclesiaste, di cui nel Dictionnaire philosofique così scrive:   “Colui che parla in quest’opera sembra disingannato dalla disillusione della grandezza, stanco dei piaceri e disgustato della scienza.
E’ un filosofo epicureo il quale ripete a ogni pagina che il giusto e l’empio sono soggetti agli stessi accidenti, che l’uomo non è affatto superiore alle bestie, che sarebbe meglio per lui non esser nato, che non c’è altra vita e che la sola buona cosa ragionevole è di godere in pace il frutto delle proprie fatiche insieme alla donna amata, L’intera opera è di un materialista a un tempo sensuale e deluso.
Sembra soltanto che all’ultimo versetto sia stata aggiunta una frase [...]

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