Webcam

Ho letto sul New York Times che le nonne americane si stanno attrezzando numerose con sistemi di video conferenza che dovrebbero consentire loro di tenersi in contatto con i figli e nipoti sparsi nei quattro angoli del continente.  "Voglio che il nipotino mi possa vedere, sentire la mia voce.
Voglio potergli leggere delle fiabe ed essere partecipe dei suoi miglioramenti", dice una certa Anne Wilt, parlando di sé e di suo nipote, divisi da dieci ore di strada.
Non ho un'opinione precisa in materia; a pelle senza scomodare Orwell (o Jon Endemol), e senza lanciarmi in considerazioni tecnico-economiche sull'affidabilità della banda larga in Italia, l'idea di comunicare via vebcam non mi attira particolarmente.
Sarà che una delle poche volte che mi sono ritrovato in video conferenza (erano circa cinquanta persone sparse in tredici nazioni)  mi sono sentito come se fossi all'interno della torre di Babele.
Ma capisco.
Ho la fortuna di abitare a cinque minuti di macchina dai miei genitori e dai miei suoceri, dalla scuola dove esercito e la gran parte dei miei amici abita in un'area di una decina di chilometri quadrati, insomma una grossa fetta delle mie relazioni umane non necessita di strumenti tecnologici per prendere forma.
C'è chi non ha analoga fortuna, e vorrebbe avere la possibilità di vedere in faccia la mamma, il nipote, la sorella, l'amica, l'ex collega, pur stando a centinaia di chilometri di distanza.
Mi pare comprensibile.
Ci adatteremo, mi adatterò.
Ci sono cose peggiori nella vita.

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