abitare ... il quartiere

Il quartiere che abito è un viale ininterrotto di asfalto e cemento, intonaco colorato e incolore.
Qua e là qualche pietra restituisce il sapore di epoche altre e soffre un po'.
I lampioni illuminano la mezzeria e i numeri civici: dall'uno all'infinito.
Fiori e foglie sfidano ringhiere e davanzali.
In alto, il fitto bosco di antenne, parabole, piccioni e rari giardini nasconde i tetti.
In basso, lungo i marciapiedi, teorie di negozi sfoggiano, in apparente disordine, vetrine di burqa e veli da sposa, riso, spaghetti e cous cous, ombrelli e ventagli, filetto e montone, swarovski e ambre.
Tutto è avvolto da un movimento continuo.
Le vibrazioni sotterranee del metrò si trasmettono alle fondamenta dei palazzi, salgono in superficie e si uniscono a quelle dei motori, le cui esalazioni raggiungono il cielo.
Che pure si vede.
E spesso è azzurro.
Il quartiere vive vorticosamente.
E' un caleidoscopio di colori, voci, suoni, valigie e fughe precipitose, allegrie e nostalgie da tutte le latitudini.
Abitarlo è piacevole e divertente.
Perchè, per quanto sia ininterrotto, si lascia circoscrivere docilmente.
Puoi entrare dal tabaccaio e trovare, pronti sul banco, le tue sigarette, un sorriso e un saluto gentile.
Trascorrere un po' del tuo tempo dal parrucchiere e dall'estetista, chiacchierare ed essere aggiornata sulle vite che ti girano intorno.
Fare la fila al supermercato, mentre la cassiera, sempre un po' stordita, racconta le sue mirabolanti serate.
Comprare un quotidiano e subire un interrogatorio sul tuo umore e su quel che sarà della tua giornata.
Ed è bello, la domenica mattina, bere un lungo caffè, tra conversazioni esilaranti, accanto al chiosco dei fiori.
E poi tornare a casa con i tulipani e il regalo di una rosa.
Rigorosamente bianca.

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