febbraio 1987 - Infanzia rapita

“Sogno sempre quell'uomo che ho ucciso con queste mani”.
A parlare così è João, un giovane di 16 anni, non molto diverso dagli altri suoi coetanei.
È stato rapito quando aveva 11 anni: nel suo villaggio sono entrati i guerriglieri della Renamo e, dopo aver ucciso diverse persone, ne hanno rapite altre tra cui João, costretto a camminare per due giorni con un sacco di grano sulle spalle sino al campo base.
João ha partecipato a diverse azioni di guerriglia sparando diverse volte.
“Se non lo avessi fatto, loro avrebbero sparato a me”.
João è ospite della comunità di recupero Josina Machel per giovani traumatizzati dalla guerra.
È l’unica del genere in Mozambico e la sto visitando in compagnia di un funzionario dell’Azione Sociale e del Direttore della Comunità.
La maggior parte dei giovani qui ospitati non ha ancora compiuto i18 anni; molti di loro sono stati rapiti dai guerriglieri durante le incursioni nei villaggi, rapidamente addestrati e costretti a combattere nell’età in cui i nostri bambini abbandonano i cartoni animati e passano ai videogiochi.  “Questi giovani sono a torto considerati dei colpevoli ma in realtà sono delle vittime” commenta il direttore del centro.
Si stimano in oltre 30.000 i minori che la guerra ha trasformato e costretto ad uccidere a volte anche i propri parenti.
Qualcuno è riuscito a fuggire e ritornare nelle zone d'origine presso la propria famiglia mentre altri, non avendo più nessuno, vagano per le vie delle città dormendo dove capita e vivendo di espedienti.
“La riabilitazione psichica degli adolescenti traumatizzati dalla guerra non avviene attraverso la terapia clinica” mi spiega il direttore dell’Istituto.
“Utilizziamo la terapia di riabilitazione ludica.
Si tratta di una terapia ideata da uno psicologo americano che consente al paziente di autocurarsi”.
Questo progetto di riabilitazione dei giovani traumatizzati è finanziato dall'Unione Europea ed è il primo di questo genere in Mozambico.
“Questo centro forma inoltre personale che avrà il compito di operare in un altro centro che apriremo tra pochi mesi a Malhangalene”.
M’informo sui criteri di selezione.
“Si tratta di giovani che riescono a fuggire dagli accampamenti dei guerriglieri oppure vengono catturati dal nostro esercito durante le azioni militari e, a causa della loro giovane età, vengono inviati da noi”.
Il direttore mi indica Bernardo, un giovane di 17 anni che, in quel momento, sta attraversando il cortile.
“É stato rapito assieme ai genitori all’epoca del [...]

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