lo strappo nel cielo di carta: vidi la mia testa mozzata e ne risi … anzi Me-risi: il ghigno di Caravaggio

Quella schiantante fucilata nei testicoli alla morale, che si chiama “arte”, ha spesso conosciuto episodi di stroncature ingenerose di capolavori da parte di capre matricolate e sopracciglia inarcate di parrucconi adontati di fronte a eruzioni geniali di libertà.
Singolarmente emblematica la vicenda dell’arte barocca, criticata per quasi due secoli perché accusata di insincerità.
Problema sbagliato nell’impostazione.
Crediamo di poter stabilire con certezza quando un artista è sincero e quando non lo è? Un artista è sempre insincero in quanto “artefice”, che produce l’inganno ottico; è sempre sincero in quanto uomo, le cui decisioni artistiche si orientano in un modo anziché in un altro perché vive, necessariamente, senza possibilità di scelta, in un fatale contesto storico, percettivo, ideologico, olfattivo, che lo plasma.
E senza libera scelta non c’è peccato di insincerità.
Un cavallo di battaglia di Achille Bonito Oliva: “L’artista è un errore biologico dell’opera d’arte”.
Ora, come fu plasmato l’artista barocco? Erwin Panofsky: “Il sentire dell’uomo barocco (almeno nelle opere dei grandi maestri) è del tutto sincero, solo che non occupa per intero l’anima.
Il soggetto non solo sente, ma è anche consapevole di quello che sente.
Se il cuore palpita di emozione, la coscienza resta distaccata e sa.
Si può non apprezzarlo, ma non bisogna dimenticare che questa dicotomia è una logica conseguenza della situazione storica (…).
L’esperienza di tanti conflitti e dualismi tra emozione e riflessione, godimento e sofferenza, devozione e voluttà ha comportato una sorta di risveglio della coscienza e in tal modo ha dotato il pensiero europeo di un nuovo grado di consapevolezza”.
Riassumerei il tutto dicendo che il Rinascimento era finito in un bagno di sangue, il sangue della vita, della storia, dell’esistenza.
E quel sangue rimestò e ridestò le coscienze un po’ imbalsamate d’Europa forzandole al contatto doloroso con l’uomo in quanto entità sfuggente e dannatamente complessa, piuttosto che fabbro-scolaretto del suo destino al centro di un mondo misurabile col righello.
E con la coscienza di sé (e di quanto sia doloroso il sé) ci si distacca dalle proprie sensazioni e reazioni, ora osservate da fuori, come spettatori al teatro.
Per cui si parla di teatralità barocca; mentre acquistare coscienza vuol dire perdere l’innocenza.
Addio sincerità primitiva, peccatori barocchi.
Posso essere più o meno d’accordo.
Ma allora concedetemi: il bagno di sangue barocco [...]

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