un pantheon di santi laici

Ero a Rangoon nei primi giorni di Aprile del 1996, in veste di viaggiatore - malgrado la mobilitazione delle anime belle all over the world battesse la grancassa dell'astenersi dal visitare il paese per non foraggiare coi cespiti del turismo la stramaledetta giunta militare che deteneva agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi.
Non ci aveva convinto quella campagna di stampa; non ritenevamo valide le argomentazioni dei promotori perché lo 'sciopero dei consumatori' di qualsivoglia genere e tipo funziona poco e solo in contesti sociali particolarmente coesi e omogenei – figurarsi quello internazionale! La città non è (era) particolarmente bella – come la quasi totalità delle capitali del sud est asiatico - e la sola meraviglia architettonica era il tempio con la gigantesca cupola rivestita di lamine d'oro: stupore delle plebi e inno al vuoto dei pensieri religiosi che surrogano con la monumentalità e lo sfarzo la desolante assenza di segni che ci vengono da un misterioso 'aldilà'.
Attendevamo la concessione di transito per le zone a nord prossime al cosiddetto 'triangolo d'oro', dove vivevano tribù belligeranti ostili al governo, e in quei giorni vuoti programmavamo brevi escursioni nei dintorni e ci aggiravamo per la città privi di particolari stimoli.
Fu così che ci capitò di passare davanti a quella costruzione: una piccola isola, un giardino tropicale che galleggiava al centro di un piccolo lago e di incrociare lo sguardo con quella donna minuta, fragile, elegante nella sua tunica colorata, che curava le sue piante e, al passaggio, ci sorrise.
E' la sua forza il sorriso -come lo era per Ghandi.
un sorriso di grande dolcezza e mitezza e rassegnazione al destino infame che la costringeva prigioniera.
E' bella Aung San Suu Kyi; lo è ancora oggi ad onta del tempo che ci vuol male e lo era di più quindici anni fa, Un tempo lunghissimo, una mezza vita trascorsa senza colpa in una prigione morbida ma inflessibile, priva delle numerose frequentazioni che danno corpo e anima alla politica: la sua vocazione, la ragione dell'aver accettato e rilanciato a sfida del regime una 'monacazione' di clausura e aver rifiutato ogni compromesso - anche quando le giunse la dolorosissima notizia della malattia e prossima morte del marito.
Un eroina del nostro tempo infame – e non sappiamo a quale filosofia e sua privata religione risponda quella sua inflessibile logica di sacrificio e oggi che torna a parlare e mostrarsi alla sua gente, che la gioia (forse breve) di agire 'politicamente' la rianima ci chiediamo - noi poveri [...]

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