Premierato

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La scheda: Premierato

Col termine premierato (dal francese premier, "primo", qui nel senso di primo ministro) si indicano nel linguaggio politico varianti della forma di governo parlamentare dai contorni non sempre ben definiti.
In generale le due caratteristiche che vengono attribuite (solo talvolta congiuntamente) al premierato sono l'indicazione del capo di governo da parte dell'elettorato (se non l'elezione diretta) e/o un ruolo rafforzato dello stesso capo di governo rispetto al parlamento.
A seconda di quali di queste caratteristiche gli vengano attribuite, il concetto di premierato può sovrapporsi a quello di forma di governo neoparlamentare (dove il Capo del Governo è eletto direttamente), a quello di cancellierato (dove il Capo del Governo ha un ruolo preminente, una maggiore stabilità e una certa legittimazione popolare) o a quello di parlamentarismo a prevalenza del governo (dove il Capo del governo riceve un'investitura popolare, se pure indiretta, e il suo legame con la maggioranza parlamentare assicura al sistema un certo grado di stabilità).
Il concetto di premierato viene spesso ricollegato alla forma di governo del Regno Unito, il cosiddetto modello Westminster.


L'adozione di un nuovo sistema elettorale maggioritario nel 1993 tramite referendum, unita alla profonda trasformazione del sistema dei partiti a seguito degli scandali di Tangentopoli, ha posto le premesse, anche in Italia, per la strutturazione del sistema politico nella direzione del bipolarismo ed ha avviato il dibattito sulla possibile adozione del premierato.
Le elezioni politiche italiane del 1994, 1996 e 2001, tramite sistema elettorale maggioritario, hanno condotto alla nomina a Presidente del Consiglio dei ministri del leader designato di una coalizione presentatasi unitariamente alle urne.

Dall'esperienza delle crisi di governo del 1995 e del 1998 nacque la proposta di una revisione formale della seconda parte della Costituzione (sull'ordinamento della Repubblica) che mirasse al rafforzamento della posizione del governo e a una sua maggiore stabilità, unite ad una riduzione della discrezionalità dei parlamentari nella formazione di maggioranze diverse da quella uscita dalle urne.
Venne così istituita la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta da Massimo D'Alema (allora segretario del PDS).
Nella "Bicamerale" venne chiamata premierato una proposta contenuta nella cosiddetta "bozza Salvi", dal nome del senatore Cesare Salvi, che l'aveva redatta. Essa prevedeva l'elezione diretta del primo ministro (denominazione che avrebbe sostituito quella di presidente del Consiglio dei ministri), il suo rapporto di fiducia con la sola Camera dei deputati e lo scioglimento della Camera stessa in caso di approvazione di una mozione di sfiducia. Il primo ministro, inoltre, avrebbe avuto il potere di nomina e revoca dei ministri, anche se ufficialmente spettante al presidente della Repubblica e avrebbe potuto proporre a quest'ultimo lo scioglimento delle Camere.
Al premierato, la Commissione preferì poi il semipresidenzialismo, prima che l'intero progetto si "arenasse" in Parlamento.

Durante la XIV Legislatura, la maggioranza parlamentare che sosteneva il governo della Casa delle Libertà approvò un disegno di legge costituzionale concernente "Modifiche alla Parte II della Costituzione" che ampliava i poteri del Capo del governo. Tale riforma fu pertanto presentato come un tentativo di introdurre in Italia il premierato.
In questa versione, l'elezione diretta del primo ministro era prevista soltanto secondo modalità stabilite dalla legge e non escludeva la nomina da parte del presidente della Repubblica. Il primo ministro, inoltre, nominava e revocava i ministri, senza la necessità di decreti presidenziali e poteva proporre lo scioglimento della Camera dei deputati.
A differenza della "bozza Salvi", l'impedimento permanente, la morte o le dimissioni del primo ministro ovvero l'approvazione di una mozione di sfiducia non comportavano il ricorso alle elezioni anticipate ma aprivano un periodo d'attesa di venti giorni durante i quali i deputati, purché appartenenti alla maggioranza elettorale, avrebbero potuto proporre un nuovo primo ministro che sarebbe stato nominato dal presidente della Repubblica. Ciò avrebbe potuto avvenire immediatamente in caso di mozione di sfiducia costruttiva, contenente, cioè, l'indicazione di un nuovo candidato alla carica di primo ministro, purché approvata da soli deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle urne. Stessa procedura in caso di richiesta di scioglimento da parte del primo ministro in carica.
La riforma costituzionale contenente quest'ultima versione del premierato è stata rifiutata dagli elettori durante il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006.

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