Uccisione di ecclesiastici in Italia nel secondo dopoguerra

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La scheda: Uccisione di ecclesiastici in Italia nel secondo dopoguerra

Durante il biennio immediatamente successivo alla cessazione delle ostilità del secondo conflitto mondiale in Italia, tra le numerose uccisioni che videro coinvolte (come attori o vittime) nel centro-nord del Paese persone di differenti (e avversi) schieramenti ideologici, vi furono alcuni episodi delittuosi le cui vittime appartenevano al clero cattolico. Il sacerdote e storico imolese Mino Martelli ha calcolato in 110 il numero complessivo di delitti.



1 Quadro politico
2 Le uccisioni
2.1 Emilia
2.2 Romagna
2.3 Ex territori italiani
3 Pubblicità dei fatti
4 Note
5 Bibliografia
6 Filmografia
7 Voci correlate

Durante il biennio immediatamente successivo alla cessazione delle ostilità del secondo conflitto mondiale in Italia, tra le numerose uccisioni che videro coinvolte (come attori o vittime) nel centro-nord del Paese persone di differenti (e avversi) schieramenti ideologici, vi furono alcuni episodi delittuosi le cui vittime appartenevano al clero cattolico. Il sacerdote e storico imolese Mino Martelli ha calcolato in 110 il numero complessivo di delitti.


Dando seguito agli accordi della conferenza di Jalta tra le maggiori potenze alleate, alla fine della seconda guerra mondiale l'Italia si avviava ad entrare nella zona di influenza anglo-statunitense. Un serrato confronto politico era tuttavia in atto tra le principali forze che durante la Resistenza avevano fatto parte del Comitato di Liberazione Nazionale: il partito di ispirazione cattolica Democrazia Cristiana, vicino alle posizioni angloamericane, e quelli di matrice socialista e comunista, vicini a quelle dell'Unione Sovietica.
Per tale motivo numerosi sacerdoti, essendo l'espressione più immediatamente riconoscibile sul territorio della gerarchia ecclesiastica, la quale sosteneva la Democrazia Cristiana, furono spesso visti come avversari o nemici, indipendentemente dal loro attivismo politico recente (campagna attiva per la DC) o passato (fiancheggiamento del disciolto regime fascista), o meno.

Le uccisioni avvennero nel centro-nord Italia, con particolare preminenza in Emilia-Romagna. Per il perimetro compreso tra le zone di Bologna, Modena e Reggio Emilia fu coniato il termine di «Triangolo della morte», vista la concentrazione di omicidi (non tutti e non solo di sacerdoti, comunque) in quell'ambito territoriale.
Riguardo alle morti dei sacerdoti, nell'immediato dopoguerra una prima e incompleta ricognizione del fenomeno venne realizzata da Luciano Bergonzoni e Cleto Patelli, che trattarono l'argomento in una sezione della loro opera Preti nella tormenta, per i due autori, i sacerdoti uccisi furono «martirizzati». Più organico e sistematico fu l'approccio di Lorenzo Bedeschi negli anni cinquanta: dai risultati della sua analisi, pubblicati nel volume L'Emilia ammazza i preti, emerse che 52 ecclesiastici (definiti «martiri» anche in questo testo) furono uccisi nella fascia di territorio che va «da Rimini a Piacenza, da Modigliana a Guastalla». Più di recente il giornalista e scrittore Roberto Beretta, collaboratore del quotidiano cattolico Avvenire, nella sua Storia dei preti uccisi dai partigiani ritenne di aver individuato un denominatore comune a tali episodi e chiamò quella serie di uccisioni «strage dei preti».
Tra i casi che più ebbero e in qualche misura tuttora hanno rilevanza si possono ricordare:

Già nei primi anni cinquanta, sulla scia dei fatti delittuosi, il vescovo di Reggio Emilia, Beniamino Socche, a capo di un comitato appositamente istituito, tentò di ottenere l'autorizzazione a erigere un monumento al cosiddetto «prete ignoto», ma la sua iniziativa non ebbe successo.
Nella primavera del 1990 i familiari superstiti di alcune delle vittime delle quali non fu mai ritrovato il corpo pubblicarono una lettera aperta, chiedendo quantomeno indicazioni per rintracciare le spoglie e dar loro sepoltura. Alcuni mesi dopo, il 29 agosto, fu pubblicata sul quotidiano bolognese Il Resto del Carlino una lettera del parlamentare comunista ed ex-partigiano Otello Montanari, inviata anche all'Unità, ma da questo quotidiano non pubblicata. Nella lettera Montanari premise che bisognava distinguere tra "omicidi politici", ovvero commessi in ragione del ruolo esercitato dalla persona uccisa, ed "esecuzioni sommarie", ovvero uccisioni indiscriminate di avversari politici e oppositori, e invitò chiunque sapesse come ritrovare le spoglie delle persone uccise (aggiungendo: «Io non lo so») a dare le necessarie informazioni. Dopo la pubblicazione di tale lettera, Montanari ebbe gravi difficoltà nel partito, all'interno del quale fu aspramente contestato, e fu inoltre escluso dal Comitato Provinciale dell'ANPI, dalla Presidenza dell'Istituto Cervi e dalla Commissione regionale di controllo.
I coniugi Elena Aga-Rossi (docente universitaria di Storia contemporanea) e Victor Zaslavsky (esperto di storia dei rapporti italo-sovietici), dopo l'apertura degli archivi di Stato dell'ex-URSS, ebbero lo spunto per una nuova analisi di tali avvenimenti alla luce dei rapporti del PCUS con i suoi partiti fratelli (ivi incluso, quindi, il PCI). La tesi dei due studiosi, esposta anche in un'intervista allo stesso Roberto Beretta dalle colonne di Avvenire, è che il PCI all'epoca, se non proprio favorì, quantomeno tollerò e coprì la soppressione di esponenti di categorie (borghesi, sacerdoti, possidenti) che in un'ottica di breve-medio periodo potessero costituire un impedimento materiale e culturale-ideologico all'espansione comunista, aggiungendo tuttavia che, a loro avviso, in molte zone d'Italia ciò sarebbe stato controproducente, perché, anche se a livello locale vi fu un successo elettorale, lo stesso non accadde a livello nazionale. Infine, per quanto riguarda le cause della debolezza, quando non del silenzio, da parte cattolica nel denunciare tali fatti, Aga-Rossi e Zaslavsky ipotizzano che il clero temette di vedersi rinfacciata una qualsivoglia forma di adesione al passato regime fascista, sebbene tale aspetto della questione sia ancora lungi dall'essere storicamente indagato a fondo.

Davide Ferrario e Daniele Vicari. Comunisti. Documentario, betacam-pellicola, 58'. Produzione Dinosaura, partecipazione TELE+, 1998. Storia dei partigiani coinvolti nell'uccisione di Umberto Pessina.

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Rolando Rivi, seminarista di 14 anni ucciso a Monchio (frazione di Palagano, MO): morì alcuni giorni prima della fine della guerra. Venne rapito il 10 aprile 1945 dai partigiani, che lo accusarono di fare la spia per i fascisti: fu percosso, gli fu ordinato di sputare sul crocefisso e di togliersi la tonaca, al suo rifiuto gliela strapparono di dosso, ne fecero un pallone e ci giocarono a calcio. La Chiesa cattolica nel 2013 lo ha proclamato beato.
Domenico Gianni, Bologna città, assassinato il 24 aprile 1945.
Carlo Terenziani, 45 anni, già cappellano della Milizia e della Gioventù del Littorio. Accusato dai partigiani di essere stato coinvolto nel rastrellamento nazista di Ventoso (frazione di Scandiano, RE) del 28 luglio 1944, avvenuto in pieno regime repubblichino, subì due tentativi di sequestro prima di essere trasferito dal suo vescovo a Reggio Emilia. Lì, il 29 aprile 1945, quattro giorni dopo la Liberazione, fu rapito da tre persone e caricato su un camion. Al sequestro assistette anche un giovane Romano Prodi (nativo di Scandiano), che ricordò la circostanza durante un'intervista concessa a Bruno Vespa nel 2005. Terenziani fu condotto dapprima nella sua parrocchia e accusato di essere un collaborazionista dei nazisti, poi condotto in strada legato ed esposto al pubblico dileggio e infine, quella sera stessa, fucilato vicino al muro della chiesa parrocchiale. Ancora nel 2005 i consiglieri comunali di Scandiano respinsero la proposta, presentata da un loro collega del Polo per Scandiano, di posare una lapide in ricordo del sacerdote. Tra le motivazioni contrarie addotte, vi fu quella che l'atto non deve essere considerato omicidio, ma esecuzione decretata da quelli che all'epoca erano legittimi e riconosciuti organismi giudicanti.
Enrico Donati, Lorenzatico, frazione di San Giovanni in Persiceto (Bologna), ucciso il 13 maggio 1945.
Giuseppe Preci, Montalto di Zocca (Modena), assassinato il 24 maggio 1945.
Giuseppe Tarozzi era parroco di Riolo, frazione di Castelfranco Emilia (Modena). Il 25 maggio 1945 due uomini, presentatisi come membri della Polizia partigiana, lo portarono via nella notte. La salma non fu mai ritrovata.
Giovanni Guicciardi, Mocogno (Modena), assassinato il 10 giugno 1945.
Raffaele Bortolini, Dosso, frazione di Sant'Agostino, ucciso il 20 giugno 1945.
Giuseppe Rasori, San Martino di Casola, frazione di Monte San Pietro (Bologna), assassinato il 2 luglio 1945.
Luigi Lenzini, Crocette, frazione di Pavullo nel Frignano (Modena), ucciso il 21 luglio 1945.
Achille Filippi, Maiola, frazione di Castello di Serravalle (Bologna), assassinato il 25 luglio 1945.
Alfonso Reggiani, parroco di Amola del Piano, frazione di San Giovanni in Persiceto, assassinato il 5 dicembre 1945.
Francesco Venturelli, Fossoli, frazione di Carpi, assassinato il 16 gennaio 1946.
Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo di Correggio (RE), ucciso il 18 giugno 1946. Nel 1998 fu realizzato un film-documentario sul fatto.

Giovanni Ferruzzi, arciprete di Campanile in Selva (frazione di Lugo, RA), ucciso da partigiani comunisti il 3 aprile 1945,
Luigi Pelliconi, parroco di Poggiolo (frazione di Imola, BO). La mattina del 14 aprile 1945 fu assassinato per vendetta dai tedeschi,
Tiso Galletti, 46 anni, parroco di Spazzate Sassatelli (frazione di Imola). Don Galletti nelle sue prediche aveva manifestato contrarietà al comunismo ateo e alle vendette che avevano accompagnato la Liberazione. Venne ucciso il 18 maggio 1945 a colpi di pistola da un commando di partigiani, mentre si trovava seduto davanti alla porta della canonica. Arrivarono due giovani in motocicletta, uno rimase sulla moto, l'altro scese e gli chiese se era lui il parroco. Alla risposta affermativa, il giovane estrasse una pistola e lo uccise. Successivamente il giovane risalì sulla moto, i due ripartirono. Allo stesso modo furono uccise altre tre persone della parrocchia nella stessa sera. Dopo l'assassinio il cadavere del presbitero rimase sulla piazza fino al giorno seguente, un partigiano piantonò l'area per controllare che nessuno venisse a rendere omaggio alla salma. Ai funerali non si presentò nessuno. La banda venne presa e si ebbe il processo a carico del capo del commando. Fu condannato a 16 anni di carcere (aumentati a 18 in appello), ma per effetto dell'amnistia non scontò un solo giorno di prigione.
Giuseppe Galassi di 55 anni, parroco di San Lorenzo (frazione di Lugo). Il 31 maggio 1945, alla fine di una funzione religiosa, fu avvicinato da due persone che lo portarono con sé. Fu ritrovato dopo alcuni giorni, in un fosso, ucciso con colpi d'arma da fuoco.
Teobaldo Daporto era parroco di Casalfiumanese. Il 10 settembre 1945, all'età di 40 anni, fu assassinato da un suo conoscente, un contadino, probabilmente sobillato dai comizi anticlericali che si diffondevano in quel periodo. Il processo non si tenne poiché l'assassino, una volta tradotto in carcere, si suicidò.

Per quanto riguarda invece i territori sotto sovranità italiana successivamente passati alla Jugoslavia con l'accordo di Parigi del 10 febbraio 1947, vi è almeno un caso documentato di sacerdote ucciso nel periodo 1945-1947: Francesco Bonifacio, di 34 anni, sequestrato nei pressi di Villa Gardossi (Buie d'Istria) da alcune “guardie popolari”, picchiato, lapidato e finito con due coltellate, e successivamente infoibato. Bonifacio fu beatificato dalla Chiesa cattolica il 4 ottobre 2008 a Trieste, in quanto ritenuto ucciso in odium fidei.

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